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SUB: La profondità dentro ognuno di noi

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SUB: La profondità dentro ognuno di noi

Relazione presentata al Convegno ’Psiche e immersioni’ S. Vito Lo Capo 17-19 ottobre 2002

Il motivo per cui l’essere umano approda alla "profondità subacquea" ritengo sia molto delicato e si basa, a mio avviso, su due precisi bisogni: "l’abito esterno" (ciò che si vede) e la nostra sfera emozionale interiore che solo noi sentiamo (ciò che non si vede).

L’abito esterno è il bisogno di scoprire sino a che punto siamo capaci di confrontarci, con le nostre tecniche e capacità mescolate alle aspettative di "essere", verso la forza naturale dell’elemento acqua che, anche se non ci appartiene, ne siamo stregati e affascinati, spingendoci ad accarezzare inconsciamente il bisogno di "possedere" anche se per poco tempo questa dimensione liquida rivestita di "torpore antico".
Stiamo bene avvolti nell’acqua.

SUB: La profondità dentro ognuno di noiIl rivestimento, muta, attrezzatura, ecc., di cui abbiamo bisogno per vivere l’acqua, ci gratifica nell’immagine che mostriamo e riceviamo di noi. E’ il bisogno di dimostrare a se stessi e agli altri che siamo capaci di andare dove pochi uomini si cimentano; carpire segreti e misteri dell’acqua ha, comunque, un risvolto al tempo stesso "narcisistico" e distensivo.

Il nostro bisogno interiore è l’altra ragione, più sottile, legata alla scoperta della parte emozionale più nascosta di noi, quella che chiede di essere ascoltata e che riguarda le nostre debolezze e, se ascoltata, trasforma l’emotività interiore, in forza ed energia. Questo mutamento, sviluppa il coraggio di posare lo sguardo nello specchio di noi stessi senza barare o negare nulla alla propria identità. Il bisogno del "profondo", in questo caso, è il bisogno di interiorità di comunicazione con il proprio io, con le proprie emozioni e paure.

E’ proprio attraverso la paura ed il timore di affrontare il mondo del mistero liquido, che la calamita si intensifica.

Vivere la profondità del mare è in stretto rapporto col bisogno di conoscere la parte più segreta di noi e, aiutati proprio dalla condizione dell’essere avvolti nel liquido, riesce ad emergere e consolidare, passo dopo passo, questa conoscenza liberata da filtri d’immagine, con noi stessi.

La spinta verso questa conoscenza così intima di noi è sviluppata dal desiderio e, contemporaneamente, dal timore e paura nell’affrontare il liquido alla cosiddetta "quota pericolosa". E’ proprio questo misto di timore e paura rivolto al profondo, che traccia il percorso verso il superamento di quegli scogli interiori necessari per conoscersi "dentro". Questa conoscenza diretta con la sfera emozionale, trova nell’immersione profonda, il giusto ambiente, privato e "naturale" per riuscire a dichiararsi a se stessi. Più aumenta la distanza dalla superficie, più l’equilibrio razionale della coscienza e della gestione delle emozioni ed azioni, del tempo che scorre in questa "sfera" che ci ospita, diventa determinante.

Spesso nella vita quotidiana di superficie, coinvolti dai "sistemi" sociali, i nostri timori o paure si mimetizzano nei silenzi interiori, non ascoltati.

Nell’approccio alla profondità dell’acqua, questo desiderio di conoscere i nostri silenzi interiori, è mistificato dall’abito esterno, quello che racconta "il vero macho non ha paura" ed automaticamente ne siamo stimolati e attratti dal desiderio di dimostrare a noi stessi di essere "uomini senza paura".
E’ proprio questo il punto d’incontro con il nostro "io": il timore e la paura di "scendere" spinto dal bisogno di gratificazione nel sentirsi un macho. E’ il guerriero con l’armatura che al suo interno vive le angosce e le gioie delle sue conquiste e sconfitte.
La sfera emozionale, che vive all’interno dell’armatura, agevolata dal contorno dell’ambiente liquido e profondo, spinge verso l’esterno della nostra coscienza, per aprire il dialogo con noi stessi e, contemporaneamente con "l’umiltà" ed il rispetto nei confronti della natura che ci ospita. Automaticamente questa scoperta di sentimenti quali l’umiltà e il rispetto è rivolta anche verso le proprie debolezze, paure e timori, riparata alla vista degli altri che non possono sentire ciò che noi invece ascoltiamo dentro di noi, attraverso un dialogo nuovo ed importante.

Approdare al proprio "specchio sommerso" e segreto, conduce alla calamita che coinvolge la propria intima emotività. Varcare il "mondo proibito", inizialmente spinti dall’esuberanza di essere più forti di ciò che ci circonda, ci conduce poi, alla scoperta di questi sentimenti umili, razionali e coerenti, che nulla tolgono all’emozione del dialogo tra l’abisso misterioso e affascinante e noi stessi, anzi lo fortificano.

Il mondo degli abissi è popolato da creature sconosciute che si lasciano avvicinare da creature sconosciute, questa è una calamita primitiva che ha tracciato la crescita dell’uomo: scoprire e conoscere.
Ciò che si scopre in un ambiente privilegiato, diventa magico, proprio per quel rapporto ripulito da condizioni esterne abitualmente legate alla vita d’immagine della superficie.

Dipendenza-bisogno
Nel percorso di crescita subacquea verso il profondo, ho sviluppato e consolidato un equilibrio interiore che ha irradiato di benessere la mia vita quotidiana della superficie, sino a creare un bisogno costante del "profondo", per attingere energia necessaria al mantenimento dell’equilibrio acquisito.
Vivere il "liquido profondo", ed io ne sono l’esempio, produce un equilibrio psicofisico importante e fondamentale nella propria conoscenza interiore. La chiamo "dipendenza positiva" o "bisogno individuale".
Sempre riferita al mio bisogno personale, quando la discesa non è sufficientemente profonda da affrontare quel dialogo interiore con me stessa, la gratificazione che ne traggo è breve, mentre durante i "viaggi" negli abissi raggiungo la completa serenità con il mio stato d’animo più nascosto.

E’ come se ogni volta respirassi forza, quella forza che poi mi serve per meglio affrontare le difficoltà della vita. Questo "respiro di forza" però non ha un serbatoio di riserva, dopo pochi giorni è vuoto ed il bisogno del "profondo" è nuovamente a bussare alla mia porta. Per me non è determinante la ragione della discesa, può essere finalizzato ad un relitto (situazione particolare) o semplicemente al nulla, in entrambi i casi "scendere" sviluppa ciò di cui ho bisogno.

Per concludere l’esempio personale, da quando vado sott’acqua (otto anni) ho raggiunto un equilibrio interiore che non avrei mai immaginato. Ho imparato ad avere un buon rapporto nei confronti dl genere umano (che non avevo), cresciuto pari passo con il raggiungimento di obiettivi subacquei, sia tecnici sia pratici e specialmente interiori. Certamente il mio è un rapporto di dipendenza del bisogno del profondo. La mia dipendenza dall’acqua sottolinea una grande evoluzione interiore che si è sviluppata nella conoscenza di me stessa nelle sfumature più nascoste, che in superficie nonostante i tentativi di ricerca, non avevo mai raggiunto. Questo "equilibrio dipendente" mi ha portato ad una serenità di vita solida, ma sempre bisognosa dell’acqua. In pratica per sentirmi positiva verso me stessa e verso la vita in generale, ho bisogno di "respirare l’acqua". L’elemento acqua e la specifica situazione dell’immersione profonda, crea in me il giusto rapporto nei confronti degli altri al punto che ho superato la sofferenza della "solitudine" proprio andando sott’acqua, scoprendo così la "parte migliore di me".

La metamorfosi mentale
Ogni qualvolta mi accingo a programmare una discesa profonda, in acqua dolce o salata che sia, provo un senso di mistico rispetto verso quella lastra d’acqua che andrò a penetrare. E’ quasi un leggero timore mescolato ad una forte attrazione.

Durante la preparazione dell’attrezzatura e della propria vestizione, si percorre il tragitto verso l’obiettivo, per anticipare la conoscenza di ciò che si andrà ad affrontare, utilizzando la "visualizzazione". E’ una pratica mentale preparatoria al "viaggio" da compiere. Aiuta a non distrarsi e ad ascoltare profondamente la disponibilità fisica e mentale verso la dimensione del liquido profondo
Tutto di noi è proiettato al solo momento che si sta vivendo. L’attrezzatura diventa parte integrante della persona, come se fosse la propria pelle che respira con noi in uno strano isolamento che esclude ogni cosa che non sia riferita a questo momento di vita. La verifica di ciò che si indosserà è l’ultima parte del rito quasi maniacale. In acqua, al momento del check dell’attrezzatura, inizia la fusione mentale tra il liquido intorno e il proprio vestito meccanico, il razionale e l’emotivo, come se attraverso il rituale dell’attenzione si entrasse nelle parti d’acciaio della rubinetteria o nelle fruste che trasporteranno l’aria o la miscela che si respirerà laggiù e durante il "viaggio".

Intanto intorno scompaiono anche i rumori, inizia il primo importante contatto con l’acqua. Pronti all’imminente immersione attraverso l’autoascolto, si sviluppa la trasformazione che calamita il cervello, come se si appartenesse a quella "vita profonda" che sta aspettando laggiù.
La mente libera dal contorno terrestre è pronta a recepire ogni nuova vibrazione e, quando l’acqua ci ricopre completamente, siamo già parte integrante del liquido.
La discesa è vissuta mentalmente come se fosse un radar che guida la totale attenzione del nostro essere, verso l’obiettivo da raggiungere.
La parte razionale di noi si consolida come fosse corpo solido, affiancando la sfera emozionale che si presenta alla nostra coscienza, forte e intensa.
Ogni momento vissuto in modo forte e impegnativo, racchiude dentro ad un involucro solido e invisibile qualsiasi sensazione ed emozione conquistata. All’emersione dal "viaggio" nel "profondo" ci si ritrova più completi e ricchi di sentimento.

Immersione al lago
(Immersione particolarmente introspettiva che agevola l’autoascolto privo di obiettivo particolare, visivo)

L’immersione al lago, ad esempio, è dichiaratamente fine a se stessa: bene che vada si incontra qualche pesce o si osserva il taglio di parete particolare, comunque affascinante. Il paesaggio migliore, in questo caso, è il proprio sentimento. Poi c’è l’irrealtà della situazione, l’acqua oltre i 40 metri diventa in genere cristallina sino ad essere di un colore nero accecante, la torcia falcia metri e metri in lontananza come un occhio capace di permetterti di "vedere-leggere" in una dimensione quasi lunare.

Il nero trasparente del lago che ricopre tutto, parete e oggetti rari, o semplicemente i nostri sentimenti, produce una sorta di intimità coi propri pensieri e contemporaneamente sviluppa in maniera solida l’intesa con il compagno che è accanto. Lo spazio è quello che raggiunge il proprio occhio, limitato alla profondità della luce della torcia e, quindi, non ci si sente dispersi nello spazio, pur sapendo che, magari, stiamo navigando sopra ad una profondità abissale.

La parete diventa una visione protettiva che offre "certezze". La "certezza" nel nero, assume una sorta di rispetto, che anche se non si tocca, regala una sensazione di "protezione" che rassicura l’animo nei confronti dell’ignoto.
Il buio, il vuoto, l’incognita e il senso di maestosità dell’ambiente, agevolano quel rapporto interiore verso noi stessi e verso una profondità da rispettare rigorosamente. Il sentimento e il dialogo introspettivo rivestito dall’emozione, cresce nel razionale totale della mente.
La luce, che ci aiuta a scoprire piano piano il mondo nero, non è necessario che sia troppo forte, stonerebbe nella cornice del buio e impedirebbe alla vista e, conseguentemente, alla mente l’adattamento all’ambiente e alla metamorfosi introspettiva.
Il buio dell’acqua va conosciuto adagio, adattandosi ai suoi colori opachi e lineari facilitando così quella sensibilità che serve in questo ambiente che d’impatto si mostra ostile, diventando poi un’atmosfera "amica".


Il mare
(Il colorato mondo dell’acqua salata trascina facilmente la mente nel sottovalutare la situazione abissale in cui ci si trova)
In mare invece le quote profonde (intendo nel range dei cento metri) sono facilmente pittoresche. I colori, anche se bui, esistono e questo aiuta a "scordare" di essere a quote abissali. La luce anche se debole che filtra attraverso tanti metri d’acqua, mostra una realtà deviante, che tende ad abbassare la soglia dell’attenzione interiore. Sono proprio i colori e lo spazio che mostrando una "semplicità" fasulla, tendono a trasformare la situazione mentale come se ci si trovasse a quote meno "impegnative". Non che questo neutralizzi la razionalità verso la situazione, ma certamente tende ad agevolare lo stato emotivo, spingendolo verso la trasgressione del tempo programmato e della quota da rispettare.
Il desiderio di lasciarsi trascinare dallo stato emotivo, gioioso e prorompente (si torna un po’ bambini), si trova più facilmente in conflitto con il lato razionale che deve mantenere saldo l’equilibrio mentale e psicofisico.
Quando la parte razionale di noi è salda, siamo automaticamente capaci di affrontare "l’imprevisto" con la giusta freddezza e determinazione.

Le immersioni vissute al mare alle quote descritte, mi hanno portato, a volte, a decidere di spegnere la torcia per la troppa luce. Estasiata da quanto stavo osservando non credevo alla realtà, eppure non ero in una situazione narcotica considerando il gas che stavo respirando, ma, proprio per quanto descritto sopra ho provato il desiderio di lasciarmi trasportare dall’euforica visione.

L’azzurro dell’acqua a quella quota, regalava una sensazione "soporifera", che mi faceva accarezzare il pensiero di essere nel mio ambiente vitale. Non è così, ovviamente, ma il "viaggio profondo" nel colorato mondo del mare tende a mescolare in fretta tutti quegli stati d’animo che si presentano dentro di noi durante il tempo che si trascorre nel liquido ed il bisogno di vivere totalmente la scoperta e la conquista della propria emotività, tende a deviare la mente verso lo spettacolo esterno anziché interiore. Il nero pece mi obbliga all’attenzione esagerata di ciò che sento oltre a ciò che mi circonda, il blu trasparente mi spinge a trasgredire e, seppur cosciente di ciò, a volte mi ritrovo in questa emblematica situazione.
La differenza tra il buio e la luce, tra il nero e il colore blu, è che mentre il primo agevola il confronto e la conoscenza dei propri sentimenti più nascosti senza "barare", la situazione colorata e spaziosa tende a mantenere alto lo stimolo della conquista verso la natura che ci circonda, tendendo a sviluppare il "piacere" della trasgressione, sentimento che rientra nella dimensione umana dettata dal bisogno di emergere e mostrarsi forti e capaci, anche a se stessi.

La presenza di questi conflitti: "attrazione, timore, euforia e autoascolto", sviluppano e consolidano quell’equilibrio interiore psicofisico che si trasforma in benessere.

Perché immergersi su un relitto?
(Pensieri)
Il relitto è la testimonianza e l’espressione della vita trasformata.
Nel suo passato "canterino" e prorompente della superficie "il relitto" falcava onde e avventure, raccoglieva testimonianze silenziose, segrete, conosceva la vita misteriosa del mare attraverso la mano dell’uomo. Invece ora si trova a subire la trasformazione del destino che l’ha inghiottito e lo ha fatto suo, per trasformarlo in una fusione solida col liquido che lo governa. Ora è un’anima silenziosa che respira e invoca, rammentando nel canto notturno, il sole della superficie.
In fondo il subacqueo che ama questo tipo d’immersione desidera proprio questo: riscoprire la vita trascorsa con la riprova della rinascita sommersa, tra la flora e la fauna che hanno ricoperto un "mondo" caduto in silenzio e, attraverso la rinascita silenziosa del liquido, torna a vivere.

Perché penetrare in una grotta sommersa o risorgenza?
(Pensieri)
E’ l’esempio del raggiungimento, dopo tanta strada percorsa, della madre terra nelle sue viscere colme di segreti e racconti. E’ il vissuto dalla vita nata in un modo crudo o semplicemente beffarda nei suoi intrighi. Nascosta agli occhi avidi del curioso sapere, spesso disagevole, la vita interiore dell’uomo (legata al ciclo della natura) nasce nelle cavità sommerse al buio con il solo contatto dei propri sentimenti contornati da pareti scavate nella roccia dalla madre acqua.
Tutto questo è l’espressione dell’interiorità della natura, della legge suprema delle forze non soffocate né dal buio né dal sole e dall’acqua e forse, nemmeno dall’uomo. Ho notato che il subacqueo o per meglio dire lo speleosubacqueo, non ama confrontarsi col resto della comunità dei sub, ma è rigorosamente geloso delle proprie scoperte ed emozioni. Non a caso dico prima scoperte e poi emozioni, lo speleosubacqueo è dignitosamente possessivo nei confronti di ciò che ha vissuto e scoperto nei meandri della terra.
La discesa in verticale verso il relitto, esercita su di me un fascino altissimo. E’ come un risucchio calamitato in cui la trasformazione mentale è velocissima, trascina con sé emozioni e sensazioni profonde, è il bisogno immediato di vivere questo violento stacco dalla concreta realtà della superficie per sprofondare nell’autoascolto.

La penetrazione in grotta, invece, mi concede il continuo lento pensiero legato alla vita quotidiana e la trasformazione verso il mondo misterioso dell’interno è lenta anche se progressiva.

fonte:psychomedia.it