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Omeopatia

L’Omeopatia č un controverso metodo terapeutico i cui principi sono stati formulati dal medico tedesco Samuel Hahnemann verso la fine del XVIII secolo.
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Omeopatia

L’Omeopatia (dal greco ὅμοιος, simile, e πάθος, sofferenza) è un controverso metodo terapeutico i cui principi sono stati formulati dal medico tedesco Samuel Hahnemann verso la fine del XVIII secolo.

Alla base dell’omeopatia è il cosiddetto principio di similitudine del farmaco (similia similibus curantur) enunciato dallo stesso Hahnemann e per il quale il rimedio appropriato per una determinata malattia è dato da quella sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella malata. La sostanza, detta anche principio omeopatico, una volta individuata, viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. L’opinione degli omeopati è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell’effetto farmacologico bensì un suo potenziamento.

L’omeopatia ha conosciuto nei decenni scorsi uno sviluppo e una progressiva diffusione.
Oggi l’omeopatia, considerata una pratica medica alternativa o complementare alla medicina scientifica (alla quale gli omeopati si riferiscono spesso come "medicina allopatica", sebbene i principi dell’allopatia siano essi stessi non riconosciuti dalla scienza), è diffusa in molti paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, India). In Italia un’indagine dell’ISTAT del dicembre 1999 su un campione di 30.000 famiglie ha mostrato che dal 1991 al 1999 la quota della popolazione che ha fatto uso di rimedi omeopatici è passata dal 2,5 all’8,2%.
In diverse regioni della Gran Bretagna il servizio sanitario ha tuttavia iniziato a cancellare i rimedi omeopatici dal proprio prontuario. In calo anche i ricoveri negli ospedali omeopatici.
A fronte della sua diffusione e nonostante i numerosi studi, la validità terapeutica del metodo omeopatico e i meccanismi farmacologici del suo funzionamento non sono stati ancora verificati secondo i criteri scientifici comunemente applicati a qualsiasi principio farmacologico tradizionale. Molte ricerche cliniche concordano nel ritenere che gli effetti terapeutici dei trattamenti omeopatici non si discostino in maniera significativa da quelli ottenuti per effetto placebo.

Le critiche all’omeopatia vertono sostanzialmente su due punti: la sua debolezza teorica (cioè l’incompatibilità dei suoi postulati con le odierne conoscenze chimiche e la mancanza di un meccanismo plausibile che ne possa spiegare il funzionamento), e la mancanza di prove sperimentali univoche della sua efficacia terapeutica. Per questi motivi l’omeopatia viene considerata una pseudoscienza.
Il suo insegnamento è collocato, nella maggior parte dei paesi occidentali, al di fuori degli ordinamenti delle facoltà di medicina. In alcuni paesi europei, come ad esempio Francia e Germania, si sta comunque assistendo ad una lenta ma graduale penetrazione della omeopatia in ambiti di medicina tradizionali, soprattutto per quanto riguarda la medicina di base e la pediatria, dove non è inusuale imbattersi in medici e dottori di formazione prettamente classica che ricorrono in casi ristretti all’impiego di principi omeopatici o di principi misti, nel quale appunto una sostanza tradizionale ed una omeopatica vengono somministrate contemporaneamente.
In Francia, nonostante la validità del metodo non sia stata ancora verificata, molti rimedi omeopatici sono entrati a far parte del prontuario nazionale e finanziati dal sistema sanitario pubblico. Tuttavia, nel 2004 si è potuta osservare una - pur parziale - retromarcia, in quanto il tasso di rimborso previsto per i rimedi omeopatici è sceso dal 65% al 35%
È opportuno sottolineare che nei paesi occidentali non è stato immesso in commercio alcun farmaco omeopatico a diluizione inferiore a 1:1000 in quanto molti non hanno superato la prova di assenza di tossicità prevista dalla legislazione.

I principi e le origini dell’omeopatia

I principi dell’omeopatia sono contenuti nelle opere di Samuel Hahnemann (1755-1843) ed in particolare nell’Organon, il suo testo teorico principale, edito nel 1810.
Hahnemann nacque e crebbe a Meissen (Germania). Iniziò a studiare medicina a Lipsia nel 1775, dove rimase per due anni. Dopo un periodo di studio a Vienna ed una interruzione degli studi, nel 1779 riprende gli studi ad Erlangen dove si laureò nel corso dell’anno.
Come medico, Hahnemann ebbe vita difficile per i seguenti 15 anni, spostandosi di città in città e vivendo ai limiti della povertà, e guadagnando soprattutto come traduttore di testi inglesi. Ciononostante fu in grado di compiere vari esperimenti chimici e di pubblicarne i risultati in vari articoli che ebbero una certa diffusione.
Per meglio comprendere la natura della teoria omeopatica è necessario comprendere in quale ambito storico essa si formò. Nel diciottesimo secolo coesistevano due grandi linee di pensiero sulla natura della medicina: una che cercava le cause generali delle malattie (problemi di eccitabilità per Brown, pletora gastroenterica per Hoffmann, stasi a livello venoso per Stahl, ecc.); l’altra che voleva abbandonare le speculazioni teoriche deduttive per concentrarsi invece sulle osservazioni e le misurazioni dirette dei fenomeni, tramite esperimenti controllati (collegamento tra lesioni e sintomi, teorizzato da Giovan Battista Morgagni e Matthew Baillie).
In Germania entrambe le scuole di pensiero erano presenti, anche se l’influenza del romanticismo e della Naturphilosophie favoriva uno stile di pensiero molto speculativo. Dal punto di vista pratico, la medicina del tempo si basava su una Materia Medica mista, tra empiricismo e tradizione, ricca di formulazioni polifarmaceutiche e salassi, con fortissimi dubbi sulla natura delle azioni dei rimedi.

È sullo sfondo di questo dibattito che si pone la teorizzazione di Hahnemann, una risposta a quella che egli vedeva come una mancanza di utilità pratica delle speculazioni teoriche di molti suoi colleghi. Egli volle essere un radicale riformatore della medicina.
Nel 1790, traducendo la Materia Medica di William Cullen, notò i risultati dei test con la cinchona (Cinchona succirubra, fonte del chinino), uno dei pochissimi rimedi allora riconosciuti come efficaci su una malattia specifica (le febbri intermittenti e la malaria).

Non contento della spiegazione di Cullen per questa azione specifica, Hahnemann assunse per varie volte la corteccia della pianta per esperimento, e notò che i sintomi elicitati erano gli stessi delle febbri intermittenti, e si susseguono nello stesso ordine temporale (mani e piedi freddi, stanchezza e sonnolenza, ansia, tremore, prostrazione, mal di testa pulsante, arrossamento delle guancie e sete) ma senza il forte innalzamento della temperatura.

L’anno seguente, dopo molto sperimentare, Hahnemann offrì la sua spiegazione: «la cinchona sopraffà e sopprime le febbri intermittenti principalmente eccitando una febbre di breve durata", e se somministrata "poco prima dei parossismi mitiga la febbre intermittente». Altri farmaci sono in grado di produrre une febbre artificiale, ma non così specifica.

A seguito di questa scoperta Hahnemann dichiarò che solo osservando l’azione dei farmaci sull’organismo è possibile usarli in maniera razionale e che tale metodo è l’unico modo di osservare direttamente le azioni specifiche dei rimedi. Egli esprime questo concetto nel suo testo anticipatorio Essay on a new principle for ascertaining the curative power of drugs dove si individuano i suoi due primi pilastri teorici, ovvero la legge dei simili (similia similibus curantur) e quella dell’utilizzo di dosi infinitesimali dei rimedi.

La legge dei simili esprime il concetto che per curare una malattia il medico deve utilizzare una medicina che sia in grado di produrre una malattia artificiale ad essa molto simile, che si sostituisce ad essa per poi scomparire. Le dosi da utilizzarsi dovevano essere il minimo indispensabile a produrre una indicazione percettibile dell’azione del rimedio, e nulla più, in modo da minimizzare o annullare gli effetti avversi. Tuttavia è solo qualche anno dopo (1801), nel trattare la scarlattina, che egli iniziò ad usare dosi infinitesimali.

Gli anni dell’800 furono i più fortunati per Hahnemann, la sua pratica a Torgau andava bene, ed è li che pubblicò l’Organon della medicina razionale (1810). Nel 1811 si trasferì a Leipzig dove insegnò all’università, e dove pubblicò la prima edizione della sua Materia Medica, con i risultati dei suoi test. Ma l’Organon non fu solo un testo di medicina, bensì una radicale condanna dei sistemi medici contemporanei, un attacco che egli stesso dichiara essere dello stesso tenore di quello di Martin Lutero alla Chiesa cristiana.


Nell’opera di Hahnemann il concetto di Lebenskraft (già espresso in termini di Entelechia e Dynamis nella filosofia aristotelica) è fondamentale. La forza vitale anima tutti gli esseri viventi e li rende capaci di sentire, di svolgere una funzione, una attività e di sostenersi.
Il concetto di Lebenskraft era tutt’altro che poco diffuso nella pratica medica dell’Europa del XIX secolo. Erano diversi ed illustri i medici che ad esso si riferivano per le loro pratiche farmacologiche, e molti condividevano con Hahnemann la convinzione che la materia morbosa non fosse altro che una conseguenza di cause prime, ma giustificavano l’utilizzo di rimedi deplettivi ed evacuativi perché essi avrebbero imitato ed aiutato il normale agire della forza vitale, della vis medicatrix naturae.

Hahnemann replicò che in questo modo non fa che appoggiare una forza vitale in disequilibrio, peggiorando solo la situazione con rimedi inefficaci, debilitanti e dannosi. La causa ultima del disequilibrio spirituale o dinamico della forza vitale, secondo Hahnemann, non è conoscibile. La malattia si manifesta in una totalità di sintomi e segni mentali e corporei, avvertiti dal paziente, da chi lo circonda e dal suo medico, che sono specifici per ogni individuo, tutto il resto non conta dato che non è conoscibile. Compito dell’omepata era di riattivare e riordinare la forza vitale individuale, e questa riattivazione è ottenuta attraverso la somministrazione del rimedio che è stato scelto, attraverso un processo scientifico e sistematico, perché coincide, nella sua azione, con il maggior numero possibile di sintomi e segni (legge dei simili). Questo rimedio viene somministrato in dosi infinitestimali e opportunamente dinamizzate tramite un procedimento detto succussione.

Le critiche che furono mosse dai suoi contemporanei alla teoria omeopatica non si concentrarono molto sulla legge dei simili. Molti medici credevano che essa fosse applicabile, solo non credevano fosse l’unico criterio terapeutico applicabile.
Altri punti della teoria furono più aspramente dibattuti: il vitalismo spinto di Hahnemann secondo i suoi detrattori spiegava tutto e niente; il riconoscere come rilevanti solo i sintomi esperiti dal paziente riduceva la malattia ad uno stato puramente soggettivo; la negazione delle cause materiali della malattia andava contro a convinzioni forti sulla natura della malattia; il metodo del proving veniva considerato soggettivo e troppo dipendente dalla dirittura morale delle persone testate; inoltre non teneva abbastanza conto del fatto che persone diverse possono avere reazioni individuali diverse allo stesso rimedio (Hahnemann, in realtà, riconobbe il problema, ma dichiarò che si potevano sempre riconoscere dei sintomi universalizzabili); secondo il metodo del proving tutti i sintomi che appaiono dopo l’ingestione del rimedio sono dovuti al rimedio, e questo porta ad un proliferare dei sintomi.

Nel 1828 Hahnemann pubblicò un tomo in più volumi (Le malattie croniche) nel quale enuncia un ulteriore pilastro teorico dell’omeopatia, che fu presto ridicolizzato dai suoi contemporanei e non ebbe molta fortuna nemmeno tra gli omeopati. Nel testo egli infatti scrive che eccettuate sifilide e sicosi (un tipo di lesione virale venerea), tutte le malattie croniche sono prodotte dalla psora, e quindi la cura per malattie diverse quali gotta, asma, isteria, paralisi, ecc. era sempre un rimedio anti-psora.

Il concetto di forza vitale, almeno così come esso è espresso nell’ Organon di Hahnemann, entrò gradualmente in crisi con il grande progresso che lo studio delle scienze naturali compì in quegli stessi anni. Con l’avvento del microscopio nacque la biologia cellulare e l’osservazione diretta di alcuni fenomeni fondamentali che avvengono all’interno degli esseri viventi facilitò la comprensione di alcune malattie comuni, sebbene fosse ancora lontana la scoperta del batterio inteso come agente patogeno. Venne compreso il ruolo importante svolto dal sistema circolatorio e l’idea di una forza vitale immateriale, disgiunta dal corpo, perse inevitabilmente e inesorabilmente di importanza.

Il concetto di Lebenskraft però subì una interessante modifica nel corso del ventesimo secolo quando soprattutto per opera di alcuni importanti omeopati tedeschi esso viene completamente riformulato e trasformato nel principio vitale (Lebensprincip).
Il principio vitale venne questa volta posto in relazione con la capcità del corpo di controllare e regolare le sue funzioni, l’omeopatia pertanto curava, nella concezione degli omeopati tedeschi, i disturbi del sistema di regolazione inteso ad esempio come disturbi del sistema immunitario, del sistema di regolazione della temperatura e del sistema nervoso centrale. La sostanza omeopatica sarebbe stata quindi in grado di correggere questi disturbi e la reazione dei vari sistemi, indotta dalla sostanza, costituirebbe la vera risposta farmacologica alla patologia. Ne consegue quindi che per l’omeopatia contemporanea, o comunque quella di tradizione tedesca, non tutte le patologie sono risolubili omeopaticamente bensì solo quelle che derivano dalla alterazione o dal malfunzionamento dei vari sistemi di regolazione e difesa del corpo.
La tradizione omeopatica successiva (ad esempio con lo statunitense James Tyler Kent) ha dato molto risalto alla dimensione psicologica della malattia.

I rimedi sono elencati nella materia medica, che illustrano per ogni sostanza i sintomi corrispondenti. Il repertorio elenca invece per ogni sintomo le sostanze. Per esempio il repertorio di Kent (1905) comprendeva circa 700 sostanze. Oggi l’omeopatia impiega circa 5000 rimedi, di cui 150 usati comunemente. I rimedi vengono sperimentati da persone sane, le quali registrano accuratamente i sintomi fisici e psicologici riconducibili alla loro assunzione. I repertori omeopatici registrano successivamente anche i risultati della pratica clinica, di cui viene spesso messa in dubbio la genuinità.

Potenza:diluizione e dinamizzazione


La diluizione, concetto fondamentale e sul quale si appuntano le critiche maggiori, viene detta in omeopatia potenza. Le potenze sono in realtà diluizioni 1 a 100 (potenze centesimali o potenze C) o diluizioni 1 a 10 (potenze decimali o potenze D). In una diluizione C una parte di sostanza viene diluita in 99 parti di diluente e successivamente dinamizzata, ovvero agitata con forza secondo un procedimento chiamato dagli omeopati succussione; in una diluizione D, invece, una parte di sostanza viene diluita in 9 parti di diluente e sottoposta poi alla stessa dinamizzazione.
Ogni sostanza omeopatica pronta per l’impiego riporta il tipo di diluizione e la potenza. Ad esempio, in un rimedio con potenza 12C la sostanza originaria è stata diluita per dodici volte, ogni volta 1 a 100, per un totale di una parte su 10012 (1024).

Una potenza 12D, utilizzata abbastanza comunemente in omeopatia, equivale invece ad una concentrazione nella quale la concentrazione è una parte su un milione di milioni (1012) che equivale ad esempio ad un millimetro cubo su mille metri cubi.

Numerosi preparati omeopatici sono diluiti a potenze ancora maggiori, in qualche caso sino a 30C ed oltre.
Nella pratica omeopatica le potenze C e D non sono considerate equivalenti, ovvero 1C non è ritenuto equivalente a 2D dal punto di vista terapeutico, sebbene lo sia dal punto di vista della chimica delle soluzioni.

Le critiche maggiori all’omeopatia vertono sul fatto che a potenze elevate e in particolare a partire proprio da 12C o dal 24D, le leggi della chimica provano che il prodotto finale è così diluito da non contenere più neppure una molecola della sostanza di partenza. Infatti il numero di molecole contenuto in una mole di sostanza è fissato dal numero di Avogadro che è uguale a circa 1024 molecole/mole (6,02214179(30) 1023 mol -1): mediante una diluizione 12C o una 24D della stessa mole di sostanza si raggiungerebbero quindi livelli di concentrazione che prevederebbero mediamente al più una sola molecola del farmaco.

L’eventuale effetto terapeutico del rimedio omeopatico, pertanto, non sarebbe legato alla presenza fisica del farmaco, ma a qualcos’altro, che gli stessi sostenitori dell’omeopatia non caratterizzano.

A fronte di questi dati, gli omeopati credono nella c.d. memoria dell’acqua. Secondo tale tesi le molecole per un determinato periodo di tempo, anche dopo numerose trasformazioni e a grande distanza dal luogo di origine, conserverebbero una geometria molecolare derivata dagli elementi chimici con cui sono venute a contatto. Secondo i sostenitori di questa teoria, una possibile spiegazione è nella corenza interna dei campi elettromagnetici prevista dalla QED. La soluzione diluita, secondo questi, conserverebbe l’informazione del principio attivo e gli stessi effetti terapeutici di una dose maggiore. Senza l’effetto memoria dell’acqua, le concentrazioni di principio attivo in queste soluzioni acquose sarebbero così basse, da essere prive di effetti terapeutici. Tale principio è inacettabile per la medicina tradizionale.

Ricerca clinica sull’omeopatia

Il primo articolo di taglio scientifico sui meccanismi di funzionamento dell’omeopatia è stato quello pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature nel 1988 a firma del medico ed immunologo francese Jacques Benveniste (Parigi, 12 marzo 1935 - 3 ottobre 2004). Nell’unico caso della prestigiosa rivista, l’articolo, che riguardava la memoria dell’acqua, fu accettato senza revisioni, ma con riserva da parte dell’editore. Vennero poi inviati alcuni osservatori scelti dal giornale, che ripeterono gli esperimenti in collaborazione con i ricercatori francesi e che smentirono tutti i risultati pubblicati, attribuendoli a fluttuazioni statistiche nei dati sperimentali. È da notare che uno degli osservatori fu James Randi, un noto debunker dello CSICOP che venne invitato allo scopo di assicurarsi che nessuna truffa fosse stata messa in atto. Alcuni dei firmatari dell’articolo lavoravano per una delle maggiori aziende che producono rimedi omeopatici.

Alcuni studi, pubblicati per lo più su riviste prive di un meccanismo di revisione paritaria, avrebbero rilevato fenomeni particolari per quanto riguarda la calorimetria e la termodinamica e la conducibilità elettrica delle soluzioni altamente diluite, tuttavia nessuno di essi ha a che fare con il principio alla base dell’omeopatia.

Tra gli omeopati, sono in corso da anni vari studi al fine di escludere ogni tipo di possibile effetto placebo dai risultati dei trattamenti omeopatici. Secondo gli omeopati, questi lavori dimostrerebbero che il trattamento cui il composto omeopatico viene sottoposto consente al solvente di esercitare un effetto riconducibile alla molecola che in esso è stata fortemente diluita. Risultati di questo genere sono stati però pubblicati solo su fonti interne alla comunità omeopata, e non su riviste scientifiche.

Efficacia terapeutica dell’omeopatia


Allo stato attuale, nessuno studio scientifico, pubblicato su riviste di valore riconosciuto ha potuto dimostrare che l’omeopatia presenti una seppur minima efficacia per una qualsiasi malattia. Gli unici risultati statisticamente significativi sono confrontabili con quelli derivanti dall’effetto placebo, indotto anche dalla particolare attenzione che l’omeopata presta al paziente e alla sua esperienza soggettiva della malattia e quindi non dal farmaco assunto dal paziente. Nonostante ciò, l’omeopatia si è ampiamente diffusa in Italia e in altri paesi a partire dagli anni ’90.
Studi che hanno provato a quantificare il grado di soddisfazione soggettiva dei pazienti in cura omeopatica hanno mostrato risultati ragguardevoli (ad esempio una ricerca compiuta nel 2004 dalla clinica universitaria Charité di Berlino sulla qualità della vita di 3981 pazienti in cura omeopatica) e spiegano il successo sociale di tale pratica terapeutica.
Assai meno univoco è il risultato di studi clinici condotti su singoli rimedi o sul trattamento di specifiche patologie, dove gli esiti appaiono assolutamente in linea col noto effetto placebo.

L’articolo della rivista medica Lancet

Una meta analisi pubblicata nell’agosto del 2005 dalla rinomata rivista medico scientifica The Lancet [6] ha avuto molto risalto sulla stampa, in quanto screditava l’omeopatia come metodo curativo scientifico sostenendo che l’efficacia era spiegabile con l’effetto placebo.
Nel dettaglio l’articolo del Lancet si struttura in due parti, che portano a conclusioni distinte tra loro.

Nella prima parte, la meta analisi compara 220 studi clinici (110 omeopatici e 110 presi casualmente tra studi con interventi biomedici), e porta alla conclusione che i due gruppi di studi siano di qualità metodologica paragonabile, e che entrambe le classi di trattamento mostrano efficacia superiore al placebo.

Nella seconda parte i ricercatori hanno ristretto la loro meta analisi a 6 studi omeopatici e 8 studi biomedici, selezionati tra tutti secondo degli standard di qualità e di numerosità di partecipanti. Questo filtro, affermano gli autori, è stato compiuto per limitare la presenza di bias negli studi presi in considerazione. I risultati della seconda parte della meta analisi mostrano che esiste una forte evidenza di efficacia dei metodi classici, ed una evidenza di efficacia più debole per i farmaci omeopatici. Inoltre, quest’ultima evidenza non raggiunge un valore statistico critico (significatività) necessario per poter dire con sicurezza che il risultato non è dovuto semplicemente a variazioni statistiche.

Gli autori concludono che l’efficacia dei rimedi omeopatici è compatibile (statisticamente) con l’ipotesi che derivino dall’effetto placebo.
Questo studio è stato rigettato dalla comunità omeopatica, e ha provocato la risposta da parte degli omeopati che hanno sollevato dubbi sull’imparzialità dei ricercatori, accusandoli di avere tratto quelle conclusioni per ragioni altre rispetto ai risultati scientifici. In particolare gli omeopati hanno contestato la procedura, sostenendo che la scelta degli studi da confrontare, ed in particolare la scelta del filtro di numerosità, potrebbe essere stata fatta ad hoc per ottenere questo risultato. Inoltre la conclusione della meta analisi può essere legittimamente interpretata, sempre secondo gli omeopati, come la dimostrazione dell’incertezza dell’efficacia dei rimedi piuttosto che la dimostrazione della loro inefficacia. Secondo questa interpretazione il risultato dovrebbe portare ad intensificare gli studi per avere risposte più chiare sull’eventuale efficacia dell’omeopatia.

La risposta a tale affermazione da parte di larga parte della comunità medico scientifica è stata che nessun’altra pratica della medicina verrebbe ancora studiata dopo risultati analoghi (ovvero poche o nessuna evidenza scientifica dopo due secoli di esperimenti, dei quali almeno 50 con metodi moderni) e che quindi, per quanto sia caratteristica delle verità scientifiche essere non definitive, sarebbe uno spreco finanziare con fondi pubblici altre ricerche in questo campo.
Il 17 novembre del 2007 The Lancet ha pubblicato un nuovo articolo sull’omeopatia, che riassume i risultati di 5 meta-analisi precedentemente pubblicate. In questo articolo l’autore giunge alla conclusione che gli effetti dell’omeopatia siano compatibili con l’effetto placebo.

Cifre e legislazione

In Europa, sono partiti nuovi studi clinici, che, secondo chi li ha promossi, stimolando la ricerca scientifica di Università, Centri di Ricerca, Ospedali, vogliono confermare l’utilità e l’efficacia delle microdosi nella terapia di numerose patologie, come allergie, sindromi influenzali, ecc.
Secondo l’ultima indagine Istat, tra i 9 milioni di persone che si curano con medicine non convenzionali la metà utilizza farmaci omeopatici, e sono circa 8mila i medici che li prescrivono.

Alcuni rimedi utilizzati in omeopatia

Aconitum napellus
Aesculus hippocastanum
Anarcadium orientale
Antimonio
Apis mellifica
Nitrato d’argento
Arnica montana
Oro
Belladonna
Berberis vulgaris
Bryonia alba
Carbonato di calcio
Cantharis
Colocyntis
Drosera rotundifolia
Dulcamara
Euphrasia officinalis
Gelsium sempervirens
Hamamelis virginiana
Hydrastis canadensis
Hypericum perforatum
Ipeca
Dicromato di potassio
Lachesis
Ledum palustre
Lycopodium clavatum
Mezereum
Cloruro di sodio
Solfato di sodio
Nux vomica
Fosforo
Psorinum
pulsatilla
Rhus toxicodendron
Sanguinaria canadensis
Sepia
Silice
Stramonium
Zolfo
Thuja occidentalis
Vipera redi
Zinco