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La PNEI

La Psiconeuroendocrinoimmunologia, PNEI, Ť il risultato del convergere di cambiamenti e avanzamenti nel campo delle scienze del cervello e del sistema immunitario, che si sviluppano lungo tutto líarco del Novecento, a partire dai fondamentali lavori di Hans Selye sullo stress negli anni 30.
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La PNEI

La Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) è il risultato del convergere di cambiamenti e avanzamenti nel campo delle scienze del cervello e del sistema immunitario, che si sviluppano lungo tutto l’arco del Novecento, a partire dai fondamentali lavori di Hans Selye sullo stress negli anni ’30. Sul finire del Novecento, novità rilevanti nel campo delle neuroscienze e conferme delle ipotesi più innovative nel campo dell’immunologia, consentono sistematizzazioni e avanzamenti, sul piano del modello teorico e su quello pratico terapeutico, al di là delle più rosee aspettative.

Il cervello è plastico ed è capace di rinnovarsi in stretta relazione con l’ambiente.

Dalla nascita alla morte, il cervello umano subisce continui rimaneggiamenti. I cambiamenti legati allo sviluppo di un nuovo essere sono intuibili e da tempo documentati. Quelli legati al normale funzionamento del cervello creano, invece, molte difficoltà di comprensione. Nel nostro modello scientifico tradizionale, infatti, il cervello è un tessuto perenne, come si legge nei testi di anatomia e istologia; una volta completata la crescita, i rapporti tra le parti che lo costituiscono sono dati una volta per sempre. In realtà, studi a cavallo del secolo hanno dimostrato che l’assetto anatomico ( cioè la relazione tra le parti) è variabile per la presenza di almeno tre fenomeni:
Si possono modificare, in maniera reversibile, i rapporti tra cellule per rispondere a stimoli diversi. Questo è stato documentato per quanto riguarda l’ipotalamo. Interessanti, in proposito sono studi che dimostrano modificazioni anatomiche del nucleo sopraottico dell’ipotalamo facendo bere ad animali, per 7 giorni, una soluzione salina, oppure procurando loro uno stress, per esempio non facendoli uscire per un periodo di tempo equivalente. L’eccesso di sale causa modificazioni anatomiche ipotalamiche più rilevanti di quelle prodotte dallo stress, ma la qualità delle modificazioni è identica.

Si possono formare ( e continuamente si formano) nuove connessioni che modificano la mappa cerebrale di un’area. È del 1995 il primo studio sugli umani che dimostra che la ripetizione di un esercizio di movimento rapido delle dita, per quattro settimane, causa un allargamento dell’area corticale motoria primaria, deputata all’organizzazione del movimento delle dita. In questo studio, realizzato con la risonanza magnetica, si dimostrò che l’allargamento dell’area corticale motoria persisteva per mesi, fin quando l’esercizio poteva essere richiamato alla mente. Ciò vuol dire che l’esercizio ripetuto aveva creato nuovi circuiti stabili. Dato confermato da alcuni studi realizzati sul cervello dei musicisti che, a causa del loro lavoro, hanno bisogno di acquisire particolari abilità uditive e motorie.

Si possono formare ( e continuamente si formano) nuove cellule: neuroni e cellule gliali. Questo fenomeno si chiama neurogenesi e segna la fine del dogma centenario sulla fissità del tessuto nervoso. Nel 1999 abbiamo avuto la dimostrazione che anche nel cervello adulto ci sono aree che continuamente producono nuove cellule nervose. Fino al 2001, però, non era chiaro a cosa servissero questi neuroni neonati, rintracciati nell’ippocampo delle scimmie e degli umani o nel bulbo olfattivo dei topi. Un gruppo di neurobiologi del New Jersey, guidato da due donne, Tracey J. Shors ed Elizabeth Gould, con un lavoro sperimentale sui topi, ha dimostrato che i neuroni appena generati vanno a integrarsi nei circuiti dell’ippocampo e che la loro presenza è essenziale per la fissazione di nuove informazioni. Quindi, il cervello produce nuove cellule nervose nel corso dell’apprendimento soprattutto di nuove cose. Le conseguenze di questa scoperta nella prevenzione e nella terapia delle malattie neurodegenerative, come vedremo, sono notevoli. Ma c’è di più: lavori della stessa Gould e di Bruce McEwen, autorità internazionale nel campo della neuroendocrinologia dello stress, hanno dimostrato che la neurogenesi è fortemente influenzata dagli stimoli ambientali e segnatamente dallo stress, che è in grado di bloccare la produzione di nuove cellule nervose.

La rete nervosa periferica è al centro del network pnei

Gli studi di Walter Cannon e Hans Selye sul simpatico e sull’asse endocrino dello stress hanno aperto la possibilità di dare una rappresentazione scientifica al rapporto tra emozioni, salute e malattie. Al tempo stesso, una interpretazione troppo schematica e antagonista dei due reparti del neurovegetativo rischia di non farci vedere la complessità della fisiologia umana. In realtà, gli studi più recenti documentano che simpatico e parasimpatico lavorano in modo più integrato e meno antagonista di quello si supponeva. Ma c’è di più. Si moltiplicano gli studi che assegnano al neurovegetativo anche funzioni sensoriali, partendo per esempio dalla constatazione che il nervo vago, che è il più grande sistema di trasmissione del parasimpatico è anche la più imponente via afferente e cioè che porta informazioni sensoriali, dolore incluso, dagli organi interni al cervello.

Ma, al di là se effettivamente le fibre neurovegetative si possano o meno classificare come sensoriali, è un dato di fatto che esse lavorano all’interno di una rete orizzontale, dove incontrano altri attori: le fibre nervose sensoriali, le cellule immunitarie, i vasi sanguigni. È qui che si realizza un dialogo stretto, fatto di neuropeptidi citochine e altre sostanze attive, che regola l’attività delle fibre simpatiche e parasimpatiche e che influenza potentemente l’attività del sistema immunitario al punto che è ampiamente documentato il ruolo infiammatorio che le fibre nervose periferiche possono svolgere in determinati contesti (cosiddetta infiammazione neurogenica).

I cardini della rivoluzione in immunologia

Accanto alla infiammazione neurogenica, appena menzionata, i punti di svolta nella ricerca, che costituiscono i pilastri di una nuova visione del sistema immunitario, possono essere così riassunti: 1. Il sistema, pur composto da diverse classi di cellule e da un numero sterminato di elementi, è capace di autoregolarsi ed è in continuo movimento 2. Non c’è nessun organo che non venga “monitorato” dal sistema immunitario 3. Il sistema funziona come organo di senso interno e quindi partecipa attivamente alla regolazione dell’equilibrio dinamico dell’organismo umano: si comporta cioè da grande sistema di regolazione fisiologica che è influenzato e influenza gli altri sistemi regolatori (il nervoso e il neuroendocrino) 4. Le normali modalità di risposta immunitaria attivano circuiti che hanno una doppia polarità oscillante, denominati sistema Th1 e sistema Th2, provvista di sofisticati sistemi di controllo, tra cui i più importanti sono i cosiddetti Th3 e T regolatori 5. Nella costruzione e nel mantenimento dell’equilibrio del sistema, centrale è la tolleranza acquisita dal sistema immunitario delle mucose e segnatamente dalla sua porzione intestinale 6. Nella specie umana, il sistema ha una forte impronta sessuale: la diversità maschio \ femmina ne influenza potentemente le modalità di risposta e quindi la nostra suscettibilità alle malattie

Emozioni e coscienza sono impastate, nel bene e nel male

Studi dei gruppi di ricerca diretti da Antonio Damasio, della Iowa University, e da Joseph LeDoux, della New York University, hanno ripetutamente dimostrato che i processi decisionali e quelli di memorizzazione, strettamente collegati tra loro, dipendono in modo determinante dal circuito limbico e cioè dalle aree cerebrali che elaborano le emozioni fondamentali.

I primi anni del nuovo secolo sono stati ricchi di studi sulla neurobiologia delle emozioni. Anche con l’esteso uso delle immagini cerebrali si è riusciti a identificare le vie nervose che seguono le emozioni. Si può così apprezzare il significato profondo dei meccanismi emozionali, la loro universalità, il loro essere innati e la loro diffusione ad altre specie animali, confermando così la sostanza del bellissimo, misconosciuto e spesso travisato, lavoro di Charles Darwin sull’espressione delle emozioni nell’uomo e negli altri animali. Le emozioni fondamentali incarnano la nostra storia evolutiva come mammiferi sociali, forniscono schemi ancestrali di risposta alle sfide ambientali, entrando nei processi decisionali che producono comportamenti. In questo senso, è scientificamente assodato che siamo un impasto di emozioni e coscienza. Nel bene e nel male.

Questo dato di fatto apre molti interrogativi non solo di tipo medico e cioè relativi alla salute individuale, ma anche di tipo sociale e politico, e cioè relativi alle scelte delle nazioni e dei governi in merito alle relazioni tra i popoli e tra la nostra specie e gli ecosistemi terrestri.

Non possiamo prescindere dal fatto che siamo animali sociali

Fino al 1985, la relazione tra ambiente sociale e salute era basata sulla soglia di povertà. Di conseguenza i fattori che venivano presi in esame erano: condizioni igieniche e sanitarie dell’abitazione e del quartiere, livello di reddito. È la vecchia medicina preventiva, che ancora si insegna in molte delle nostre Università e che orienta la pratica dei servizi sanitari, per i quali prevenzione vuol dire: cloro nell’acqua potabile e vaccini su scala di massa. Con alcuni lavori britannici della fine anni 70 metà anni ’80, realizzati su impiegati del servizio civile inglese, si dimostra che esiste un gradiente economico-sociale da cui è possibile dedurre differenze nella morbilità e mortalità. Laddove la differenza, in termini di malattie e morte, viene dal livello culturale e dal grado di soddisfazione sociale e quindi dal ruolo che la persona svolge nella rete delle relazioni sociali. Più basso è il livello culturale, il grado di autonomia sul lavoro e in generale più bassa è la posizione occupata nel sistema delle relazioni sociali, maggiore è la possibilità di ammalarsi e di morire.

E’ ormai assodato che il livello di compattezza della compagine sociale ha un’influenza diretta sulla mortalità. Più la società è competitiva, più aumentano i delitti e la mortalità. Alcuni studi, di cui parlerò in dettaglio nel capitolo sulla psiche, hanno documentato un rapporto diretto tra vari gradi di ostilità e violenza degli ambienti urbani e mortalità cardiovascolare. Maggiore è il livello di ostilità urbana e maggiore è la mortalità cardiovascolare. Di questa relazione tra ambiente sociale e salute, evidenziata dagli studi epidemiologici, conosciamo ormai anche i meccanismi patogenetici che la sostanziano, riferibili al sistema dello stress, studiati e oggettivati, con un modello di grande interesse, da Bruce McEwen e collaboratori della Rockefeller University. Da questa nuova visione dell’essere umano che non può essere studiato se non nel suo contesto, e cioè nel sistema delle relazioni che lo riguardano, emerge una linea di ricerca di straordinario interesse relativa all’evoluzione dell’individuo.

E’ ormai evidente, infatti, che i fattori ambientali possono influenzare lo sviluppo prenatale e produrre effetti funzionali e strutturali che durano tutta la vita. Nella pancia della mamma, si realizza in sostanza una sorta di programmazione, di imprinting prenatale dei principali sistemi di regolazione fisiologica dell’organismo: innanzitutto, dell’asse dello stress. Una situazione di stress cronico in gravidanza oppure un trauma possono programmare il sistema dello stress del nascituro in modo da favorire, da adulto, l’insorgenza di disordini in diversi ambiti: da quello psichico a quello immunitario. Del resto è documentato che un trattamento con cortisonici durante la gravidanza, soprattutto nell’ultimo trimestre, riduce il peso alla nascita. Numerosi studi legano il basso peso alla nascita a malattie, nell’età adulta: cardiopatie, ipertensione, diabete II e incremento della mortalità cardiovascolare.

La pnei come modello teorico e la medicina integrata come nuova sintesi terapeutica

Il periodo 1995-2005 è stato cruciale nella maturazione della pnei come nuovo modello teorico, capace di leggere in modo nuovo vecchie e nuove malattie. Anche le patologie tradizionalmente più distanti da una visione olistica e normalmente indagate e trattate in un’ottica rigidamente biologica, come l’aterosclerosi, presentano dati scientifici che possono essere interpretati solo nel modello della psiconeuroendocrinoimmunologia. Come è spiegabile infatti la relazione inversa tra ispessimento della carotide e rango sociale nei macachi ( e cioè maggiore è l’aterosclerosi della carotide quanto più bassa è la collocazione sociale)? Oppure tra aterosclerosi e depressione negli umani? D’altra parte, studi pubblicati sulle riviste della Società cardiologia americana (Stroke, Circulation), documentano una regressione della placca aterosclerostica in gruppi di pazienti trattati con programmi di tecniche antistress.

Una teoria è superiore a un’altra se è in grado di spiegare un numero maggiore di fatti. Adottando il modello pnei, i ricercatori sono in grado di spiegare un numero superiore di fatti. Dall’altro versante, i medici e gli operatori sanitari in genere possono riorientare la loro pratica secondo un approccio olistico, “un termine –scrive Robert Saposky, neurobiologo americano nella prefazione al libro del suo collega Bruce McEwen sullo stress- che alcuni medici rifiutano per ragioni puramente viscerali”. In effetti, adottando l’approccio olistico, il medico vede la persona non più “a pezzi” o, peggio, come contenitore di malattie o di sintomi, letti in chiave specialistica. Vede quella persona come un network in momentaneo disequilibrio. Ne conosce i fattori di squilibrio e di riequilibrio. Sa che la rete umana può essere influenzata non solo dai farmaci, bensì anche dall’alimentazione, dalle piante, dall’attività fisica, dalle tecniche psicologiche, dalle tecniche di controllo dello stress, da strumenti terapeutici antichi ed eterodossi, che hanno una crescente documentazione scientifica.

In sostanza si profila una nuova sintesi terapeutica, che abbiamo chiamato medicina integrata. Una medicina che si occupa della persona nella sua interezza e che propone schemi di prevenzione e terapia che integrano i diversi punti di ingresso al network umano, utilizzando strumenti che combinano il meglio della biomedicina e delle scienze psicologiche con il meglio delle medicine antiche e non convenzionali.

Testo tratto da da Wikipedia