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Le Saline in Italia

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Le Saline in Italia

Saline d’Italia
di Armando Gariboldi - Parchi e Riserve Naturali n.1/2005

Il cloruro di sodio (NaCl), più o meno ricco di impurità in parte eliminabili con operazioni di lavaggio e raffinazione, è uno dei sali più comuni sul nostro Pianeta, costituendo la base dell’acqua di mare. L’uomo e gli animali superiori, essendo composti per oltre il l’80% di acqua salata, ne sono ricchi e ne devono assumere regolari quantità, soprattutto attraverso il cibo, per integrarne le perdite. Per questo non esiste organismo vivente superiore che possa fare a meno del sale. E per questo l’uomo, sin dalle epoche preistoriche, ha ricercato, prodotto e commerciato questo bene così importante, considerato prezioso quasi quanto l’oro, tanto da essere usato dai primi re romani per pagare i soldati (da cui il termine “salario”).

Si può quindi immaginare che le prime produzioni di sale siano avvenute organizzandone la raccolta dalle pozze bagnate dal mare, quando il sole ed il vento asciugavano l’acqua lasciando il sale depositato sul fondo. Questo processo è di fatto la tecnica-base usata tuttora nelle saline marittime, formate da una serie di enormi bacini poco profondi e collegati tra loro nei quali l’acqua del mare evapora velocemente. Attorno a questi specchi principali esistono poi sovente altri bacini, sempre di acque più o meno salmastre, nati come zone di scarico o frutto di interventi iniziali poi non completati, dove una specifica vegetazione alofita si insedia creando biocenosi peculiari. Pertanto le saline diventano quasi sempre un ecosistema salmastro complesso molto affascinante e ricco di vita, soprattutto se, come è ormai successo nella maggior parte dei casi delle antiche saline italiane, queste zone vengono abbandonate dalla produzione industriale e lasciate a spontanei processi di rinaturalizzazione.
Oggi sono quasi una ventina le saline italiane ancora ben individuabili, di cui solo quattro quelle marittime ancora sfruttate industrialmente (S.Antioco, Trapani, S.Margerita di Savoia e Cervia), ma nell’antichità erano sicuramente più numerose e di molte ci rimangono interessanti testimonianze storiche. In pratica quasi ogni importante città di mare aveva la sua salina: da Siracusa a Roma (Ostia), da Venezia sino all’insospettabile Trieste, dove il Canale Grande è quanto rimane oggi delle vecchie saline della città, interrate a partire dal 1732.

Tutte le saline italiane, ed in particolare quelle non più attive ma dimesse da non troppo tempo, sono diventate zone umide di interesse continentale proprio per gli aspetti naturalistici; non a caso quasi tutte sono all’interno di siti di interesse comunitario (SIC), di zone di protezione speciale (ZPS) o di aree importanti per gli uccelli (IBA). Tra l’altro buona parte di esse sono oggi tutelate nell’ambito di parchi nazionali, regionali o di riserve naturali. Il loro valore ambientale è evidenziato soprattutto dalla presenza di particolari specie botaniche, di animali (soprattutto uccelli) e di habitat salmastri. Tutto ciò si fonde con aspetti paesaggistici e antropici tali da rendere questi ambienti unici a livello nazionale.

In tutti è proprio la presenza del sale a condizionare la vita di piante ed animali. Il diverso livello di salinità, il ricambio idrico, il rapporto con l’acqua dolce, la bassa profondità dei fondali sono solo alcuni degli elementi che consentono l’insediamento di poche comunità comunque molto adattate ad un ambiente che è in generale “difficile” ed ostile alla maggior parte degli organismi viventi. L’elevata salinità dell’acqua, che raggiunge i 25,4 gradi Béaumé, necessari alla cristallizzazione, contro i 3,5 dell’acqua di mare, costituisce infatti un notevole fattore limitante. Eppure vi sono specie che vivono solo in questi particolari ecosistemi.

E’ il caso ad esempio dell’Artemia salina, un piccolissimo crostaceo che vive quasi esclusivamente in acque di questo tipo e che a sua volta rappresenta la base della dieta di alcune specie a loro volta molto specializzate, prima fra tutte il Fenicottero rosa (Phoenicopterus ruber). Questo elegante uccello filtra letteralmente l’acqua con il suo particolare becco dotato di lamelle interne che trattengono le artemie. La prima nidificazione italiana di questa specie, che in Europa si riproduce solo in Camargue (anch’essa area di saline) e nella laguna spagnola di Fuente de Piedra, è avvenuta nel 1993 nelle stagno del Molentargius (CA), nato proprio come area di salina (Poetto). Ancora oggi quasi tutte le colonie di fenicotteri del nostro Paese, che ormai superano le 3000 coppie nidificanti, si trovano all’interno di aree di saline, come quella di Margherita di Savoia (FG) o quella, dismessa nel 1984, di Comacchio (FE).

Queste particolari zone umide, che si trovano sulla linea di costa, vengono poi utilizzate ogni anno come strategici siti di svernamento o di sosta durante le migrazioni da migliaia di individui di centinaia di specie ornitiche, come piovanelli, gambecchi, corrieri e limicoli di ogni genere, oltre ad aironi, oche ed anatre. Altre specie di uccelli come l’Avocetta (Recurvirostra avosetta), la Volpoca (Tadorna tadorna) o il Gabbiano roseo (Larus genei), anch’esse adattate agli ambienti salmastri, utilizzano queste zone per l’alimentazione e la riproduzione.

Le comunità vegetali sono dominate innanzitutto dalle salicornie (Arthrocnemum glaucum) e presentano anch’esse una flora peculiare, soprattutto nelle parti rinaturate, con alcuni interessanti rarità inserite nelle Liste rosse di specie minacciate, quali il Limodium belledifolium o addirittura alcuni endemismi dell’area nordadriatica quali Saliconia veneta e Centaura tommasinii.

Oggi le saline, se venissero gestite in modo coordinato soprattutto dal punto di vista naturalistico, potrebbero costituire una sorta di rete di particolarissime stazioni ambientali, in grado di monitorare in un numero relativamente basso di siti gran parte della popolazione italiana di specie che si riproducono o sostano in ambienti fortemente salmastri, come alcune di quelle prima citate.

Per far ciò, oltre all’indispensabile collegamento tra i vari enti gestori, sarebbe opportuno sviluppare adeguati piani d’azione per la gestione di questi ambienti, dove è importante trovare e mantenere un delicato equilibrio tra le attività produttive e le fasi di rinaturazione. Infatti se da un lato le zone di salina gestite solo in modo industriale lasciano poco spazio alla natura, anche il loro totale abbandono è negativo, in quanto in pochi anni di solito perdono o riducono le loro peculiari caratteristiche di zone salmastre. Infine anche eventuali interventi di rinaturazione “programmata” andranno opportunamente studiati, per esempio evitando l’impianto di specie vegetali avventizie o naturalizzate come le tamerici o l’Olivagno (Eleagnus anguistifolia).

L’importanza del sale è legata all’inizio al suo valore alimentare, sia diretto sia per la conservazione dei cibi. I primi utilizzi sembra risalgano a 5-6 mila anni fa, con lo sviluppo delle prime civiltà stabili quali quelle dei Sumeri, dei Fenici e degli Egiziani. In Italia già in periodo etrusco si hanno notizie sullo sfruttamento, in Toscana, di sorgenti di acque salse che affioravano spontanee varie in località. Il sale infatti non è disponibile ovunque ma può essere estratto solo scavando le miniere di salgemma o facendo evaporare, direttamente o con la bollitura, le acque marine. Da questo seconda tecnica sono nate le saline, che ovviamente si sono sviluppate per lo più in zone costiere.

In Europa la produzione ed il commercio del sale fu fortemente incrementata dallo sviluppo dell’impero romano. Sin di tempi del re Anco Marzio (641- 616 a.C.), che secondo lo storico Tito Livio fece costruire le prime saline ad Ostia su entrambi i litorali della foce del Tevere affiancando l’antica via Campania verso sud con la nuova via Ostiense. In questo modo Roma rafforzava l’approvvigionamento di sale, il cui commercio venne ulteriormente sviluppato in epoca consolare con la costruzione della via Salaria, che attraverso gli Appennini collegava la Città Eterna a "Castrum Truentinum", l’odierno porto d’Ascoli Piceno sull’Adriatico. Questa fu forse la più famosa delle “vie del sale”, che si svilupparono in tutta Europa diventando spesso anche le strade più utilizzate dai pellegrini per raggiungere i più importanti santuari. Lungo questi percorsi sorsero varie città, come Salzburg (Salisburgo), letteralmente città del sale o, in Italia, borghi come Sale (AL) e Sale delle Langhe (CN).

Per il possesso delle saline e delle zone di produzione del sale si combatterono guerre, proprio come quelle moderne per il petrolio. Uno degli episodi più famosi è la cosiddetta Guerra di Chioggia (1379-80), con la città, famosa per la produzione del “sal Clugiae “ sale di Chioggia, che divenne il campo di battaglia nella fase conclusiva della lunga contesa per il dominio commerciale (tra cui quello del sale) del Mediterraneo e delle rotte per l’Oriente fra le Repubbliche marinare di Venezia e Genova. Un altro episodio fu l a conquista del libero comune di Volterra, nel 1472, da parte delle truppe fiorentine di Lorenzo Dei Medici detto il Magnifico, proprio per il controllo delle sue miniere di salgemma.

Infatti sin dia tempi antichissimi il commercio del sale fu controllato con varie forme di monopolio e regalie dai potentati e dai governi locali, che applicavano specifiche tasse. Nell’Italia moderna la riscossione di tale imposta, in vigore fino al 1975 e che si aggirava sul 70% del prezzo di vendita, era ottenuta dallo Stato che aveva il monopolio per la fabbricazione e la vendita del sale e dei tabacchi. Oggi lo Stato ha ancora forti interessi in questo settore, dove però sono ormai entrati anche i privati con società a capitale misto.

Il cloruro di sodio ha un ruolo importantissimo nella vita dell’uomo e non solo per gli aspetti legati all’alimentazione. Infatti solo il 10% della produzione di sale è destinato alla dieta umana, mentre sono ben 14.000 i suoi possibili utilizzi. Fra i più importanti ricordiamo:

  • antigelo sulle strade, dove abbassa la temperatura di congelamento dell’acqua evitando la formazione di ghiaccio;
  • nella concia delle pelli come antifermentativo per interrompere la decomposizione naturale e nelle tintorie come mordente per fissare il colore sui tessuti;
  • in quasi tutte le industrie alimentari e conserviere, come in quelle del pesce, nei caseifici, nei salumifici, nella produzione dei dadi da brodo, ecc.;
  • come batteriostatico in quanto blocca la proliferazione di batteri, la fermentazione e la putrefazione;
  • nell’industria chimica, cosmetica e farmaceutica;
  • nella produzione dei laterizi e in quella di resine collanti;
  • nelle vetrerie in quanto abbassa la temperatura di fusione della sabbia e nella cottura dell’argilla per aumentarne l’impermeabilità.

La proprietà del sale di proteggere dalla decomposizione ne ha poi fatto, durante i secoli, una sostanza anche dall’alto valore simbolico e religioso. Esso era il simbolo della natura eterna del patto di Dio con Israele, di verità e saggezza per i cristiani (“Siate il sale della terra…”). Gli antichi egizi lo usavano nel processo di mummificazione delle salme dei faraoni. Con il sale, simbolo anche di longevità e durata, si stringevano patti e giuramenti, come quello di fedeltà delle truppe indiane agli inglesi. Secondo la tradizione gli spiriti maligni odiano il sale, ed ebrei e musulmani sono convinti che protegga dal malocchio. Ma una sostanza così potente andava usata con cautela e nel Medioevo il galateo imponeva rigide regole sul suo utilizzo a tavola, dove non doveva mai essere toccato con le mani.

Versare il sale a tavola, allora come oggi, porta sfortuna: non a caso Leonardo da Vinci, nel suo capolavoro “L’ultima cena”, mette una saliera caduta ed aperta davanti all’apostolo Giuda, che di lì a poco avrebbe consumato il più grande tradimento della storia.

La produzione del sale non avviene solo attraverso i processi di evaporazione dell’acqua di mare tipici delle saline ma anche con la sua estrazione da vere e proprie miniere….in montagna. Infatti circa cinque milioni di anni fa il Mediterraneo era un mare completamente chiuso e poco profondo, da cui emergevano solo una serie di isole come gli attuali monti siciliani dei Peloritani e dei Nebrodi. In quella vasta laguna salmastra il continuo aumento della concentrazione dei sali marini causò la loro progressiva precipitazione e sedimentazione. I primi a depositarsi furono i sali meno solubili, come carbonati e solfati, che originarono gli attuali calcari e gessi. Sopra di essi si depositarono cristalli di cloruri e solfati di sodio, magnesio e potassio, che formarono spesse lenti compatte, cioè i giacimenti di sali alcalini, chiamati “salgemma”. L’ estrazione di queste masse solidificate di cloruro di sodio viene oggi svolta in due modi: per dissoluzione di una salamoia usando l’acqua oppure con la coltivazione mineraria, tramite potenti macchine escavatrici.

I più famosi giacimenti di salgemma sono in Toscana, Calabria e Sicilia. In quest’ultima regione merita una citazione la miniera di Petralia, un giacimento di sale purissimo a 1100 m. di quota che si estende per 2 km² con uno spessore che raggiunge i 250 m. e attraversato da oltre 40 Km. di gallerie sotterranee.

A pochi chilometri dal Parco del Gargano, lungo la strada statale n.159 che segue il litorale verso Bari, nel tratto tra Margherita di Savoia e Manfredonia si attraversa una zona dal paesaggio inconsueto. Bassi argini che racchiudono grandi vasche chiaramente artificiali, una sottile lama d’acqua azzurrina che si estende sino all’orizzonte interrotta da bianche collinette, un forte odore salmastro che pervade l’aria, dove risuonano continui richiami di uccelli acquatici. Sono le Saline di Margherita di Savoia (FG), le più grandi d’Italia, costruite dall’uomo in quello che ai tempi di Federico II di Svevia era il Lago salso di Sapi.

Oggi si estendono su una lunghezza di circa 20 chilometri per oltre 4500 ettari e producono annualmente 5-6 milioni di quintali di sale, estratti con il classico sistema dell’evaporazione solare in vasche concentriche poco profonde che raccolgono acque marine a diversa concentrazione, progressivamente sempre più elevata (vasche evaporanti). Infatti nelle ultime vasche, quelle meridionali, dove il sale si deposita e viene raccolto (vasche salanti), si raggiungono concentrazioni dai 250 ai 300 kg di sale per metro cubo d’acqua.

Oltre agli aspetti legati all’estrazione del sale, queste saline rappresentano un’importante area di elevato valore naturalistico, dove si sta cercando di trovare un compromesso sostenibile tra gli aspetti economico-produttivi (che danno lavoro a circa 600 persone) e quelli ambientali, che tra l’altro attraggono sempre più visitatori. Infatti in quest’area svernano ogni anno almeno 40 mila uccelli e vi nidificano specie poco comuni, come il fenicottero o l’avocetta, mentre sostano decine di altre specie molto interessanti, come spatole, morette tabaccate e limicoli di tutti i tipi.

SALINE D’ITALIA in attività o da poco dismesse:

CAGLIARI - NON PRODUTTIVE




CERVIA (RAVENNA)



CARLOFORTE (CARBONIA IGLESIAS) - NON PRODUTTIVE



COMACCHIO (FERRARA) - NON PRODUTTIVE




MARGHERITA DI SAVOIA (BARLETTA-ANDRIA-TRANI)




MARSALA E MOZIA (TRAPANI)





MOLENTARGIUS E POETTO (CAGLIARI) - NON PRODUTTIVE
PRIOLO (SIRACUSA) - NON PRODUTTIVE
SANT'ANTIOCO (CARBONIA IGLESIAS)
SIRACUSA - NON PRODUTTIVE
TARQUINIA (VITERBO) - NON PRODUTTIVE


TRAPANI E PACECO (TRAPANI)




VOLTERRA (PISA)


Sistemi di produzione

Nelle saline il sistema di produzione si e’ evoluto nel corso dei millenni. Partendo dalla semplice raccolta del sale precipitato per processi naturali, si e’ arrivati al sistema artigianale a raccolta multipla, rimasto tale fino al 1959 quando e’ stato sostituito dal sistema industriale a raccolta unica.


Il sistema artigianale a raccolta multipla

Il ciclo produttivo, gestito artigianalmente iniziava ad aprile con operazioni di pulizia della melma e delle acque piovane di scarsa salinità accumulatesi durante l’inverno.
Successivamente nel bacini si immetteva acqua salata proveniente dal mare, dopo che era stata fatta sostare negli ampi bacini appositi dove con l’azione del sole, aveva accresciuto notevolmente l’iniziale grado di salinità, passando dai 3,5° Bé, che ha inizialmente l’acqua dell’Adriatico ai 4° Bé.
Il grado di salinità dell’acqua veniva in questo modo accresciuto progressivamente dalla periferia della salina verso il centro per caduta naturale.
Le vasche di evaporazione in cui aumenta la salinità dell’acqua, hanno assunto via via nomi diversi, alcuni dei quali conservano ancora oggi il loro significato latino: la prima si chiama “moraro” e significa “ star fermo”: l’acqua rimane esposta al sole e passa dai 4° Bé ai 7° Bé. Dal moraro l’acqua passava in un bacino più piccolo chiamato “gaitone” dove raggiungeva i 9° Bé di salinità. Dal gaitone l’acqua, per mezzo di un canaletto detto “volta”, che circondava il resto della salina, veniva mandata sempre per caduta naturale, nei “lavorieri”, dove raggiungeva i 12° Bé, successivamente passava nelle superfici di terza evaporazione dette “corvoli”. Ad ogni corvolo corrispondevano piccole vasche, i “servitori”, che erano tanti quanti i “ cavedini”, o bacini salanti. Raggiunti i 20° o 21° Bé, l’acqua passava ai servitori e ivi restava fino alla saturazione. L’acqua satura veniva distribuita in piccolo spessore sulla superficie dei cavedini dove si formava il sale. I cavedini, che misuravano in media dieci metri di lunghezza per cinque di larghezza, venivano dal salinaro divisi in cinque zone.
Nel primo giorno di raccolta si cavava il sale depositato nel primo quinto della superficie salante, nel secondo giorno si passava al secondo quinto e cosi’ via fino a che, in capo a cinque giorni, si era raccolto tutto il sale e si era compiuto l’intero ciclo della raccolta. Il sesto giorno poi si ricominciava di nuovo con il primo quinto e cosi’ via fino a stagione salifera ultimata, cioè fino alle prime piogge settembrine.
Al momento della raccolta il sale veniva ammassato alla gronda dei cavedini con raspi di legno detti “gavari” e, quando era scolato dalle acque dette “acque madri”, veniva trasportato, mediante carrioli, in un’aia alta e piana detta “tomba” dove si formava, un po’ alla volta, un cumulo di forma prismatica che il salinaro copriva con stuoie per evitare i danni delle eventuali piogge.
Terminata la stagione salifera, solitamente nella seconda quindicina di settembre, incominciavano i lavori della “rimessa” del sale cioè il trasporto del prodotto mediante “burchielle” dalle saline ai grandi magazzini posti presso il porto.
Il trasporto avveniva tramite barche pesanti, piu’ di 10 tonnellate a pieno carico, trascinate dai salinari con le fune attraverso i canali.



La raccolta industriale a raccolta unica

Verso la fine degli anni cinquanta ha inizio nelle saline italiane una vera e propria rivoluzione dei sistemi produttivi.Le 144 saline sono state ridotte ad una decina di grandissime, dove il sale viene raccolto una sola volta alla fine dell’estate, seguendo il sistema detto francese. Il nuovo sistema richiede una minore manodopera e sfrutta una maggiore superficie di bacini salanti; ma finora i risultati ottenuti con il nuovo metodo non sono sempre stati quelli che si auspicavano.Durante la campagna salifera, generalmente comprese tra maggio e settembre, ma che può durare fino ad ottobre inoltrato l’acqua viene pompata direttamente dal mare tramite una lunga tubazione: possiede quindi circa 3,5° Bé di salinità.
Dopo aver attraversato estesi bacini viene riversata per pendenza nei primi bacini di seconda evaporazione avendo raggiunto i circa 5°Bé.
Da qui si irradia dapprima nelle vasche più esterne, per poi convergere per gravità verso il centro. A questo punto l’acqua ha quasi triplicato la salinità iniziale, avendo raggiunto i 10°Bé. Un lungo canale collettore serve l’altra parte della seconda zona evaporante, alla cui uscita si miscela con acqua a minore salinità, viene pompata a un livello superiore.
Qui si dirama verso due diverse serie di vasche, da dove uscirà intorno ai 20°Bé e si miscelerà con acqua a densità simile proveniente dalla terza zona, per essere indirizzata verso le vasche della quarta zona evaporante.
Infine, raggiunti i 25,7°Bé, l’acqua entra nelle salanti, ove avviene la precipitazione del sale. Il sale appena accumulato risulta rosato ma presto perde tale colore per sbiancarsi al sole e poi, lentamente, diventare sempre più grigio per effetto dell’inquinamento atmosferico. Dopo di che si procede alla raccolta.
Negli anni ’80 è stato introdotto un nuovo sistema di produzione del sale ancora in via di sperimentazione. Infatti dapprima su piccola scala, si è iniziato a sperimentare un sistema di raccolta pluriennale che comporta una radicale modifica delle aree salanti: esso prevede che il prodotto sia lasciato stratificare tanto da poter entrare con i mezzi di trasporto direttamente nelle vasche, e che venga raccolto solo ogni tre o quattro anni, seguendo un sistema a rotazione; ciò ha ridotto notevolmente i costi di gestione.